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Carlo Borlenghi, l’uomo che ci ha insegnato a guardare la vela

Ci sono fotografi che documentano un avvenimento e fotografi che, con le loro immagini, finiscono per costruirne la memoria. Carlo Borlenghi apparteneva a questa seconda, rarissima categoria. Oggi il mondo della vela perde il suo sguardo più autorevole. Perde l’uomo che, per quasi mezzo secolo, ha saputo vedere prima degli altri il punto esatto nel quale una regata smetteva di essere soltanto una competizione e diventava racconto, emozione, bellezza. Perde un maestro capace di trasformare una barca, una vela gonfia, uno spruzzo o il volto stanco di un marinaio in un frammento di storia.

Le sue fotografie non si limitavano a mostrare la vela. In qualche modo, ci hanno insegnato a guardarla.

Da direttore di Sailbiz, ma ancora prima da giovane che cercava di capire quale potesse essere il proprio posto nel mondo della comunicazione, ho iniziato questa professione ispirandomi a personaggi come Franco Rodino e Carlo Borlenghi. Erano riferimenti prima ancora di essere colleghi che avrei potuto incontrare lungo una banchina. Attraverso il loro lavoro comprendevi che raccontare la vela significava conoscerla, rispettarla e, soprattutto, imparare ad anticiparla.

Carlo possedeva proprio questo talento: arrivava un istante prima.

Un istante prima che la prua entrasse nell’onda. Un istante prima che lo scafo venisse avvolto dallo spruzzo. Un istante prima che sul volto di un velista comparissero la fatica, la gioia o la delusione. La tecnica era straordinaria, naturalmente, ma dietro la macchina fotografica c’era qualcosa che nessuna tecnologia può sostituire: il colpo d’occhio. E il suo colpo d’occhio nasceva da una conoscenza profonda del mare, delle barche e degli uomini che le conducono.

Nato a Bellano, sul lago di Como, nel 1956, Carlo aveva cominciato fotografando le regate locali. La collaborazione con “Uomo Mare Vogue” gli aveva poi aperto le rotte del mondo. Nel 1983 era arrivata la prima Coppa America, a Newport, al seguito di Azzurra, la prima sfida italiana nella storia del trofeo. Da allora avrebbe attraversato tredici campagne, raccontando Italia a Fremantle, Il Moro di Venezia a San Diego, Luna Rossa ad Auckland, Valencia, San Francisco, Bermuda, Barcellona e tutte le trasformazioni di una competizione passata dai 12 Metri alle barche volanti.

Loro Piana Superyacht Regatta 2021

Foto: Studio Borlenghi

Ha accompagnato cinque campagne di Luna Rossa e fotografato quattro Whitbread Round the World Race, diverse Volvo Ocean Race, gli eventi internazionali Rolex e le avventure oceaniche di Giovanni Soldini. Migliaia di barche e decine di migliaia di velisti sono passati davanti al suo obiettivo: dai giovanissimi alle prime regate fino ai grandi professionisti della Coppa America.

Ma ridurre Carlo Borlenghi ai numeri, per quanto impressionanti, sarebbe ingiusto. Carlo non era semplicemente il fotografo che aveva seguito più eventi. Era colui che aveva contribuito a creare l’immaginario moderno della vela.

Le sue immagini hanno fatto il giro del mondo, sono entrate nei libri, nei giornali, nelle campagne pubblicitarie e nelle case degli appassionati. Hanno raccontato l’eleganza delle barche classiche e la violenza degli oceani, la solitudine dei navigatori e l’altissima tecnologia della Coppa America. Hanno mostrato la vela come sport, avventura, industria e cultura. In una fotografia di Carlo potevano convivere il gesto atletico, l’architettura dello scafo, la forza della natura e l’identità di un equipaggio.

Barcolana 2018

Barcolana – Foto: Studio Borlenghi

I riconoscimenti ricevuti raccontano solo una parte di questa grandezza: il premio Marian Skubin nel 1983 per la migliore fotografia sportiva pubblicata in Italia, il Grand Prix Professional de la Photo de Mer a Parigi nel 1986, il premio Omega come miglior fotografo sportivo nel 2003 e il Grand Prix de l’Image Course au Large nel 2007. Nello stesso anno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli consegnò una targa per la sua lunga attività a favore del mondo della vela.

Eppure, quando lo incontravi, non avevi mai davanti un monumento che pretendeva di essere celebrato.

Ci siamo incrociati poche volte, ma Carlo aveva sempre un sorriso, una parola buona, un suggerimento. Possedeva quella gentilezza tipica di chi non deve più dimostrare nulla. Parlava con la serenità di chi conosceva profondamente il proprio mestiere e non temeva di condividere qualcosa con gli altri.

Ogni volta iniziavo il mio saluto quasi nello stesso modo: «Carlo, è sempre un onore incontrarti e scambiare qualche chiacchiera con te».

Non era una frase di circostanza. Era davvero così.

Comunicazione Luna Rossa

Foto: Carlo Borlenghi

L’ultima volta ci siamo incontrati nella base di Luna Rossa a Cagliari. Max Sirena aveva l’urgenza di una diretta televisiva su Sky e aveva lasciato noi giornalisti liberi di muoverci nella hospitality. Carlo era lì, come sempre parte naturale di quel mondo. Gli espressi il desiderio di intervistarlo non appena avesse avuto un momento libero. Al limite ci saremmo potuti incontrare a Napoli, magari dopo qualche suo scatto sulla vita napoletana del team in vista della Coppa America.

Quell’intervista non l’abbiamo fatta.

Pensavo che ci sarebbe stato tempo. Pensavo che avremmo avuto un’altra base, un’altra regata, un’altra banchina sulla quale fermarci. È uno dei piccoli inganni della vita: credere che le persone che hanno accompagnato per tanti anni il nostro lavoro debbano essere sempre lì, riconoscibili dietro un obiettivo, pronte a regalarci ancora uno scatto e una storia.

Non aver colto quell’occasione mi lascia un grande rimpianto. Ma c’è un ricordo che oggi prevale sulla tristezza e per il quale sarò sempre grato.

The Nations League 2021 - Swan Tuscany Challenge

Foto: Credits ClubSwan Racing – Studio Borlenghi

Quattordici anni fa ebbi la fortuna di essere il suo driver durante una tappa dei Melges a Cala Galera. Ero alla guida del mio gommone e Carlo mi indicava dove posizionarmi rispetto alla flotta. Lo faceva con gentilezza, educazione e precisione. Non alzava la voce neppure nella concitazione della regata. Bastavano poche parole: un po’ più avanti, qualche metro sottovento, aspettiamo qui, lasciamoli arrivare.

Sembravano semplici indicazioni di navigazione. In realtà erano lezioni.

Carlo sapeva già che cosa sarebbe accaduto. Leggeva la rotta delle barche, la luce, il vento, la geometria della flotta. Non inseguiva la fotografia: costruiva le condizioni perché la fotografia arrivasse davanti a lui.

Negli anni successivi ho utilizzato molte volte quei suggerimenti. Anch’io, grazie a quelle indicazioni mai urlate, ho avuto la fortuna di realizzare qualche bella immagine. Forse Carlo non sapeva neppure quanto mi fossero rimaste dentro quelle ore trascorse sul gommone. È questo, però, ciò che fanno i veri maestri: insegnano anche quando non stanno formalmente insegnando. Lasciano qualcosa nel modo in cui gli altri guardano, lavorano e raccontano.

La sua eredità è anche qui.

È nelle generazioni di fotografi che hanno studiato le sue inquadrature. È nei giornalisti che hanno compreso, osservando il suo lavoro, quanto un’immagine possa essere più potente di un’intera pagina. È nei responsabili della comunicazione che hanno imparato a riconoscere la differenza tra una fotografia tecnicamente perfetta e una fotografia capace di diventare memoria.

Luna Rossa Prada Pirelli Ineos Team Uk

Foto: COR36/ Studio Borlenghi

Oggi produrre immagini è diventato apparentemente semplice. Le barche sono seguite dai droni, le regate vengono trasmesse in diretta, migliaia di fotografie raggiungono in pochi secondi ogni parte del mondo. Ma proprio questa abbondanza ci ricorda quanto fosse raro il talento di Carlo. Perché vedere non significa semplicemente trovarsi nel posto giusto con una macchina fotografica. Significa capire quale, tra migliaia di istanti, sia quello destinato a restare.

Carlo lo sapeva.

La Coppa America ha perso uno dei suoi re. La vela ha perso un signore. Io ho perso l’opportunità di realizzare quell’intervista che desideravo da tempo, di andare oltre le nostre chiacchiere sulle banchine e chiedergli di raccontare tutto ciò che i suoi occhi avevano visto.

Ma restano le fotografie. Restano i suoi consigli. Resta la gratitudine di chi, come me, ha scelto questa professione anche guardando il mondo della vela attraverso il suo obiettivo.

Grazie, Carlo.

Buon vento, Maestro.

San Diego 1992
America’s Cup 1992
Louis Vuitton Final
il MORO di VENEZIA: Raul Gardini and Paul Cayard
Photo:© Carlo Borlenghi

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