La nautica un asset italiano, anche quella del piccolo diporto

La nautica è un asset per l’Italia, ma troppo spesso quando si parla di Made in Italy si pensa ai cantieri che producono mega yachts. In questo interessante editoriale a firma di Michele Antonini, ricercatore alla ISTAO Business School di Ancona, si illustra quanto sia necessario fare affinché anche la cantieristica del piccolo diporto si metta nelle condizioni di competere con i mercati esteri.

Michele Antonini – Conviene oggi ragionare sul valore del mercato italiano della nautica nel mondo? La risposta è senza dubbio affermativa non fosse altro perché l’Italia vanta una posizione di egemonia nei mercati mondiali. Il fatturato complessivo nazionale del settore nautico, infatti, che comprende i valori aggregati del mercato della cantieristica (il più rilevante che genera il 60% del fatturato totale), del refitting, riparazioni e rimessaggio, dei componenti e accessori e, infine, dei motori nautici, è generato per il 67,1% dalle esportazioni in mercati esteri, di cui poco più della metà, il 56,3%, in paesi extra UE.

L’andamento del fatturato globale, infatti, dal 2009, il primo anno in cui in termini di valori assoluti il mercato dell’export ha superato la produzione nazionale per il mercato nazionale, sottolinea la costante tendenza di aumento della forbice tra l’andamento della produzione per il mercato interno e quella per le esportazioni, quest’ultima ormai dominante. Non si discosta di molto il ragionamento per il settore dei mega-yachts. Sempre i dati forniti da Ucina, questa volta sulla base di quanto indicato dal Global Order Book della rivista ShowBoats International che colleziona gli ordini per le imbarcazioni in costruzione in tutti i cantieri del mondo, indicano alle prime tre posizioni dell’Order Book cantieri italiani. È, inoltre, da notare una crescita della produzione nella fascia di lunghezza inferiore, quella cioè tra gli 80 e 89 piedi, che si conferma come la fascia di mercato più importante, con il 24% della produzione totale, anche in ragione di un ridimensionamento delle altre che, quindi, perdono terreno. Questo mercato, come noto, risente  essenzialmente della domanda di quei paesi nei quali si registrano tassi di accumulo della ricchezza ampi per effetto di alti tassi di crescita o di concentrazioni importanti di patrimoni. Non l’Europa.

Ad ogni modo, come ci ricorda la rivista ShowBoats International, le aziende italiane attive nella produzione di maxi-yachts confermano il paese nelle posizioni alte della classifica, con una quota degli ordini totali che si attesta di poco inferiore al 50% del mercato (44% per la precisione), sebbene in calo rispetto allo straordinario risultato del 2009 quando, in un momento pre-crisi la quota italiana si attestava sulla posizione di straordinario privilegio pari al 51% del totale degli ordini sul mercato.

Circa un anno fa, il 20 maggio dello scorso anno, il presidente di Ucina, Anton Francesco Albertoni, in occasione del Satec 2012 ricordava, in una intervista apparsa sul Sole 24 Ore, quanto fosse essenziale per le imprese del settore nautico puntare sull’export. A fronte di una contrazione del mercato interno, traggono vantaggio dalle esportazioni le sole imprese più strutturate capaci per tale motivo di poter intraprendere politiche commerciali in nuovi mercati. Se, pertanto, i grandi gruppi, non solo nel mercato dei maxi-yachts ma anche della piccola nautica e del settore accessori, puntano all’estero per sopravvivere, chi non ha sufficiente slancio si trova a dover soccombere piegato dalla drastica diminuzione del mercato interno e di quello europeo.

Ne deriva un dato disastroso per il nostro paese se si fa riferimento al fatto che al 2011 solo il 2% delle imprese attive nel settore non appartiene all’insieme delle piccole e medie imprese. In sostanza un mondo imprenditoriale in cui la maggior parte degli operatori conta meno di 50 occupati ed un fatturato che non supera i 10 milioni di euro per ciascuno, di cui una quota rilevante costituisce le cosi dette micro imprese, quelle cioè che occupano meno di 10 persone, rischia di essere spazzato via dalla crisi.

Dati che non rendono di certo onore ad un sistema che spicca nei mercati mondiali per stile, design, alta tecnologia e amore per il mare e che ci fa conoscere in tutto il mondo. A fronte di sistemi d’impresa maggiormente virtuosi, si veda il caso della Germania (più 250% l’export nel 2009 per il settore della piccola nautica), l’Italia rischia, ancora una volta, di cedere il passo agli operatori degli altri paesi con effetti devastanti sul lungo periodo, soprattutto per il settore della piccola nautica che non riesce ad avvalersi del valore aggiunto made in Italy.

Uno dei più grandi gruppi del lusso nautico italiano ha recentemente visto l’ingresso di nuovi soggetti nella compagine sociale con un apporto finanziario enorme. È evidente che la possibilità di poter essere padrone delle proprie scelte di pianificazione finanziaria e la garanzia di far parte di un colosso industriale nel settore della meccanica, siano caratteri idonei ad assicurare i mezzi e le capacità per poter mirare a posizioni di assoluto prestigio del mercato internazionale, non fosse altro perché l’acquisizione da parte di un colosso del sol levante sembra essere la testa di ponte per il mercato orientale.

L’esperienza difficilmente può ritenersi replicabile per la grande varietà di PMI che d’altro canto costituiscono, come detto, la quota maggioritaria di operatori sul suolo nazionale. Per rispondere immediatamente alla crisi del settore è allora indispensabile un’azione corale degli imprenditori, che devono essere i primi portatori dei propri interessi. Solo un’azione imprenditoriale mirata che consenta agli operatori del mercato di sedere ad un tavolo per disegnare un impegno comune di programma su di una idea condivisa che metta sullo stesso piano produttori, fornitori di servizi nel campo delle riparazioni e del refitting e operatori del comparto accessori. Una strategia che deve necessariamente fondarsi sull’idea comune di costituire il più grande aggregato di imprese del settore, capace di un dialogo forte ma, soprattutto, di una strategia chiara per l’export, con uno sforzo comune in termini di marketing, altrimenti inaccessibile ai più.

Strumento utile per attuare tale azione, a patto che sia attuato a regola d’arte, che ha già mostrato ottimi risultati in termini di competitività in mercati della produzione ad alto valore aggiunto è il contratto di rete. Unico strumento ad oggi valido per sopperire all’assenza di una politica commerciale nazionale, tale da costituire nuovo stimolo agli investimenti nei settori collaterali ed in tutte le imprese dell’indotto, pardon le imprese della rete. Non solo. Sarebbe di certo il modo per lanciare un’idea di unità d’intenti da poter riprodurre in altri settori dell’economia nazionale e per altri scopi.

Michele Antonini – ISTAO BUSINESS SCHOOL, ANCONA

 

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