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Chieffi dal Sud Africa a Bari....via mare! | Sailbiz

Chieffi dal Sud Africa a Bari….via mare!

Intervista a Tommaso Chieffi a cura dell’ufficio stampa di Città di Bari – Pithecusa. Tommaso Chieffi, 48 anni, carrarino, è uno dei velisti italiani più titolati e sicuramente il più conosciuto fuori dai confini nazionali. Olimpionico di 470 a Los Angeles, ha regatato, infatti, con i più  importanti team di tutto il mondo e partecipato a quattro edizioni dell’America’s Cup.
Tommaso  ha partecipato all’ORCi World Championship che si è appena concluso a Brindisi, nel ruolo di tattico su Città di Bari – Pithecusa.

La prima domanda d’obbligo è quella di un commento generale su questo Campionato del Mondo. Questo Mondiale è stato organizzato bene ed è stato caratterizzato da un’alta partecipazione (87 imbarcazioni, ndr). Si vede che non c’è la Coppa America, hanno infatti partecipato, tra gli altri, velisti come Vascotto, De Angelis e Benussi garantendo un alto livello tecnico della manifestazione, almeno in classe A quella in cui abbiamo regatato noi con Città di Bari – Pithecusa. Questo evento ha dimostrato che il vecchio IMS, (ora si chiama ORCi) continua a esistere e a radunare equipaggi e nomi importanti della vela.


Qual è il bilancio di Città di Bari – Pithecusa?
In generale posso dire di essere soddisfatto, in media abbiamo sempre fatto risultati intorno al sesto posto, purtroppo siamo stati sfortunati nella prima prova quando abbiamo preso il sacco dello spinnaker con la chiglia, arrivando 33esimi. Non avendo regatato oggi, ultimo giorno della manifestazione,  a causa del troppo vento non abbiamo potuto scartare quel piazzamento e ciò ci ha penalizzato, ma l’equipaggio, organizzato e gestito dal timoniere del team Daniele De Tullio, è buono e lavora bene. Purtroppo la barca non ci ha permesso di più, abbiamo fatto quello che potevamo fare. Città di Bari-Pithecusa ha una concezione superata di chiglia, grande e senza siluro a differenza  della maggior parte dei nostri avversari. Anche questo ci ha penalizzato, ma abbiamo capito dove è il problema e potremo lavorare per cambiare. Errori ne abbiamo sicuramente commessi come tutti gli altri, ma ci sono ottime basi per fare meglio.


Qual è il tuo parere in merito alla polemica attualissima sulla classificazione dei professionisti e non?
Io sono laureato in legge con una tesi sul rapporto di lavoro del diritto sportivo. Vi ricordate la strage di Superga che vide coinvolta l’AC Torino?  L’assicurazione in quella occasione non voleva pagare perché il calciatore non veniva considerato parte della società. Da quel tragico evento si cominciarono a fare le distinzioni tra professionisti e non.  In Italia le federazioni che riconoscono i professionisti sono solo  5 e devono rispettare tutta una serie di clausole, ma la FIV non rientra in queste.  Eventuali pagamenti che un armatore fa un ragazzo del suo equipaggio sono dei semplici rimborsi spese, una forma di compensazione per un mancato guadagno. Un velista che fa 50 giornate di regate all’anno non si può dire che sia un professionista. Sarebbe molto meglio fare come nel golf in cui esiste l’handicap, una classificazione in base ai risultati ottenuti, questo potrebbe essere un parametro meritevole per classificare i velisti, non il pagamento che non è di per sé un parametro di valutazione ne un obbligo per nessuno. Un armatore è comunque libero di scegliere.

Qual è la situazione dell’altura oggi?
Sopravvive, il che non è ne poco ne scontato. C’era la paura concreta che gli armatori non volessero più fare regate a causa della la crisi economica e invece il fatto che, qui a Brindisi, si siano iscritte più di 80 barche, 25 Farr40 a Porto Cervo, solo per citare alcuni eventi, è  segno di resistenza e testimonia la vitalità del Mediterraneo. Se l’Altura ha resistito quest’anno, la situazione non può che migliorare nei prossimi anni quando, speriamo, la situazione economica internazionale si risolleverà.

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