La Barcolana non datela ai privati

Molinari e la Barcolana, l’ora del congedo: “Non datela ai privati”. Fulvio Molinari ha vissuto la sua prima serata, dopo 36 anni, senza il ronzio della Barcolana nei suoi pensieri. Si era chiamato fuori, meritandosi tre standing ovation, qualche ora prima, in occasione del suo intervento alla mattinata di premiazioni dell’edizione 2010. Il futuro? “Mi auguro che non prevalga mai l’idea di chi pensa di poter vendere la Barcolana a dei privati”

Fonte Il Piccolo – “Quando ho detto che ho concluso la mia esperienza come dirigente della Barcolana – racconta poi a freddo Molinari – ho avvertito una manifestazione di stima che non credevo potesse essere tale. Ci saranno state mille persone. Ho detto loro ”io adesso navigo verso l’orizzonte e quando un giorno spiegherete le vele al vento ci reincontreremo lì”». «Qualcuno si è messo a piangere», sorride. Senza specificare se s’è commosso pure lui. Lui che, a 73 anni suonati, mica è solo ”mister Barcolana”, dall’alto del suo primo ingresso nel direttivo Svbg nel 1974 e della sua presidenza dal ’97 al 2002. Ne ha vissute, fatte e sentite di tutti i colori. Come nel ’92, quando a Tirana se la vide brutta perché Sali Berisha additò davanti a tremila suoi sostenitori l’allora inviato Molinari e i colleghi della sua troupe come «i comunisti della Rai». O come nel 1987, quando trovò a sua insaputa nella canzone ”Madre dolcissima” di Zucchero la registrazione di una sua corrispondenza dal Kosovo. «Qualcuno mi chiese, ”ma ti sei messo a cantare con Zucchero?” Macché, io neanche lo sapevo…».

Quali sensazioni, allora, nel giorno delle ”dimissioni”?
Provo una sensazione di vuoto, ma anche di libertà. Si tratta di una decisione maturata nel tempo, dalla necessità di ripiegarmi su me stesso, dalla voglia di essere libero di andare per mare in barca, che è una cosa che amo. La mia vita è stata scandita dai tempi della Barcolana, non sarà più così. Sono in disaccordo con Sir Alex Ferguson, il celebre allenatore del Manchester United, che dice ”sono troppo vecchio per andare in pensione…”.

L’avrebbe fatto anche se il medico non le avesse consigliato di non stressarsi?
Sì. Gli antichi saggi dicevano ”senectus ipsa morbus est” (la vecchiaia è di per sè un male, ndr). Ci sono determinate cose che a una certa età non si riescono più a fare. A un certo punto uno ha la sensazione di non essere eterno, e sente la necessità di trasmettere le sue esperienze. Ma sia chiaro, se qualcuno avrà bisogno di me io sono qui, non scappo mica. L’importante è che chi continuerà ad occuparsi della Barcolana faccia come abbiamo fatto noi, il gruppo dirigente con cui ho avuto l’onore di organizzare quest’evento. Quando le cose si fanno con il cuore, si tira fuori il meglio.  

Che Barcolana sarà senza Molinari?
Quella che mi sono augurato possa essere durante il mio intervento di oggi (ieri, ndr). Una Barcolana in cui vecchie e nuove generazioni di dirigenti possano continuare nel solco della tradizione.

Che significa?
Che la Barcolana deve restare un evento organizzato dalla Svbg, senza divenire un affare di proprietà di qualche privato. Nel 2004 un gruppo di soci provò, ma a loro andò male perché rimasero una scarna minoranza, a introdurre nella società l’idea di vendere l’evento Barcolana. Tradotto, la vendiamo, perché non abbiamo più voglia di organizzarla, e ci teniamo il settore giovanile perché preferiamo assistere alla regata sotto un albero a bere la birretta.

Perché, la vendita del marchio è oggi un’eventualità fondata?
Le elezioni della Svbg sono a febbraio e mi sembra che le persone di allora, ma per carità, nell’ambito di un dibattito comunque sereno, si stiano preparando per ripetere il tentativo. Sarebbe una iattura, salterebbe l’equilibrio economico, eppoi l’autorevolezza, il peso politico e il prestigio della Svbg finirebbero con l’essere vanificati da nuovi gestori che guardano ovviamente al soldo, non fanno beneficenza.

Quanto varrebbe il marchio Barcolana? E chi lo comprerebbe?
Non saprei. Per me la Barcolana non ha prezzo. L’abbiamo trasformata da regata regionale a mondiale, spostandola da Barcola in città, realizzando una miscela magica tra festa e evento agonistico e puntando sulla cifra culturale del mare come substrato comune dei popoli, incrocio delle due sponde dell’Adriatico. Venderlo sarebbe spogliarsi di un enorme patrimonio acquisito col tempo. E non è più un bene della società, è un bene della città tutta.

Fonte Il Piccolo

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